Chiamarsi Lino, di Matteo Porru (2020)

A Cristina, che adesso sorride.

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La più grande sfortuna che la vita ha dato a Lino Ango, ed è difficile trovare la peggiore, sono gli elenchi alfabetici. Era il primo della classe, il primo degli appelli, il primo che, in una massa casuale di nomi e cognomi presi dalle più diverse estrazioni sociali, saltava subito all’occhio. Perchè quel povero cristo di ragazzo, non più alto di un metro e cinquanta, ciuffo di capelli e suole delle scarpe comprese, con un fastidiosissimo tic alla palpebra dell’occhio sinistro e un tappeto di punti neri sul viso, tra i quali erano facilmente riconoscibili il grande carro e la croce del sud, in quegli elenchi maledetti, risultava Ango Lino. E manco a farlo apposta, il giovane era di carattere schivo, introverso: non apriva bocca se non davanti all’assoluta necessità di dover parlare e all’interrogazione di francese, materia nella quale, con influenze astrali a favore, ogni tanto riusciva a guadagnare un sei meno meno che non fosse dato dalla docente per compassione, la sua erre moscia e marcata si nascondeva fra i dittonghi e le congiunzioni della ville lumiere. Se ci riusciva: perchè nonostante le continue sessioni di logopedia, la lingua gli irrigidiva anche le parole più dolci. Il risultato era un francese quasi incomprensibile parlato da un tedesco della bassa sassonia: non più di un quattro e mezzo che però, per non mortificare la creatura, diventava sempre la solita sufficienza striminzita, seguita dalla stessa frase compassionevole: Povero Ango, povero Lino. In effetti, l’aggettivo più adatto per descrivere la vita di Ango Lino, già dai tempi delle medie, l’aveva trovato la professoressa di francese. Perchè povero, di fatto, Lino lo era, in tutti i sensi: la famiglia che l’aveva messo al mondo riusciva ad arrivare a fine mese sperando nell’oroscopo e nel lavoro in nero, la madre del ragazzo non lavorava più dalla gravidanza del secondo figlio e il padre, il signor Ango, si improvvisava tuttofare pur di portare a casa abbastanza pane da sfamare quattro bocche, di cui una ancora da svezzare. Non erano stati sadici nella scelta del nome della seconda arrivata, Maria era il nome delle nonne paterne di entrambi e l’anagrafica fu presto risolta. Lino, invece, era il nome del nonno materno di lei, sciaguratamente venuto a mancare una settimana prima della nascita di Ango Lino, alla veneranda età di centodue anni. Niente di meglio per portare fortuna al nuovo arrivato, pensarono gli innamorati, senza però badare alla condanna a vita che il figlio avrebbe avuto una volta invertiti il nome e il cognome, o meglio, prenom e nom: prese in giro, scherzi di cattivo gusto, canzoncine idiote del tipo “Lino Ango, Ango Lino, orangotango piccolino” e altri episodi sgradevoli mediati, a scuola, dalla prof di francese, che di Lino Ango era la zia. La vita del ragazzo sembrava destinata a rimanere grigia e vuota, ma tutto cambiò, senza che nessuno dei protagonisti di questa storia strampalata potesse prevederlo, il giorno del dodicesimo compleanno di Lino e, ancora più precisamente, con il regalo della zia prof. Un tablet nero, ricondizionato, con un leggero graffio nell’angolo alto destro dello schermo, mal nascosto dalla pellicola trasparente appiccicata di fretta e con annesse bolle. Fu allora che il ragazzo, dopo anni di sfiga a livelli disumani, ebbe la prima grande immensa fortuna della sua vita: Facebook. I genitori gli diedero campo libero e Lino si registrò quella sera stessa. E la notte la passò aggiungendo il mi piace a tutti gli idoli della sua adolescenza: Bennato, i Jalisse, Mia Khalifa e un altro paio di nomi noti della musica e del cinema mondiale. Ma solo dopo le quattro di notte a Lino venne il colpo di genio: cercare in quell’immenso elenco di nomi virtuale, un cristiano che, come lui, fosse stato condannato ad avere un nome e un cognome di merda. Cercò se stesso e ne trovò a decine, di Lino Ango, chi di Tarquinia e chi di Mazara del Vallo, un milanese e un veronese. Si sentì compreso e si sentì vincente, come non lo era mai stato. E scrisse a ognuno di loro, presentandosi e raccontando della vita d’inferno che stava passando. La mattina dopo, gli rispose il veronese, con il dono della sintesi di un account falso: ke sfiga ke hai kikko. E poi dopo il viterbese, che con più calma e ponderazione gli confessò che “è un nickname, mi chiamo Michele Pinsoglio e questo account lo uso per cose mie. Mi dispiace per come stai.” Il milanese, invece, gli rispose col cuore: che anche lui si chiamava Lino Ango, che suo padre era francese e sua madre una deficiente che gli aveva scelto un nome del genere. Trovata un’altra vittima, a Lino venne in mente una rivoluzione, la più grande di tutte, sostenuta dall’omonimo di Lambrate. I due crearono un gruppo, “Chiamarsi Lino”, un contenitore di gente stufa del proprio nome e cognome che viveva in ogni parte del bel paese. Si unirono Lino Mando, detto Mando Lino, e poi Lino Panno, detto Panno Lino, e poi ancora Lino Sasso, detto Sasso Lino, e Lino Centra, detto Centra Lino, e tanti altri nomi che sembravano usciti insieme dalle vignette della Settimana Enigmistica. Lino parlava solo con loro, scriveva soltanto a loro, li vide amici e vicini di vita. Fino a quando successe il fattaccio e Centra Lino si scoprì un pazzo e fu espluso e Panno Lino un profilo fake e Sasso Lino un altro falso e Mando Lino uscì da sè. E l’altro Ango Lino, il milanese, era un altro, falso account della zia prof di Francese. Lino si chiuse in se stesso e decise di essere solo. Ma in un giorno normale di scuola, durante la lezione della zia, la preside entrò in classe, composta e seria, con una ragazza accanto: “Lei sarà una vostra nuova compagna, si chiama Nina Macchi e non vede l’ora di conoscervi” e gli altri tutti a ridere. Solo Lino le venne accanto.

“Piacere, Ango Lino.”

“Piacere, Macchi Nina.”

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